Il Vecchio Mondo -Warhammer Fantasy e 40K-

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Incomprensioni

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MessaggioOggetto: Incomprensioni   Lun Giu 23, 2008 9:22 am

Il giorno forse più luminoso della sua giovane, poco movimentata vita era stato quel manannedì ventiquattro solkanzeit quando – la fronte coronata di alloro, un mantello di porpora sulle spalle – Joachim Rotkleine, poeta laureato, aveva declamato in onore e al cospetto di Sua Serenità l’Elettrice Emmanuelle l’elegia genetliaca Regina Nulni Victrix. Il suo capolavoro poetico probabilmente: una lirica di ventimilanovecento versi in cui, in perfetto letterario classico, si rievocavano battaglie combattute dalla Contessa presentate come cimenti allegorici della virtù contro il vizio. E il giorno certamente più nero della sua sciagurata, breve esistenza di intellettuale era stato quel medesimo manannedì.
Che assurda fatalità! Una volta, in quanto artista, si compiaceva di paradossi e contraddizioni; ora che per campare e male scriveva lettere per immigrati stirlandiani analfabeti a pensarci gli veniva da piangere. Un ragazzo istruito, intelligente e sensibile rovinato per sempre da un prezioso vocabolo. Usato appropriatamente nel verso sbagliato ma, soprattutto, enunciato con sfacciato compiacimento in presenza delle persone sbagliate. Ovvero una persona al plurale, la Grafin Von Liebewitz, e almeno altre settanta fra cortigiani e dottori dell’Ateneum. Quale tragico destino!
“Come andò quella faccenda, Rotkleine?” – gli chiedeva ogni volta il ciabattino Krankfete quando, ormai sempre più frequentemente, Joachim gli portava a debito le lise scarpacce da rattoppare - Raccontatemela ancora. Mi fa ridere ogni volta.”
Ridere! Trasaliva lui. Ma, dal momento che finché lo accontentava l’artigiano non pretendeva, o fingeva di dimenticare, il saldo di una lista troppo lunga di conti, il giovane ben volentieri rievocava l’episodio.
“Fu in data della mia celebrazione. Rammentate? Oggi mi trovate, ammettiamolo, così male in arnese, ma…”
“…ma le gazzette ne parlarono a suo tempo! E come no! – intervenne la Signora Krankfete dal corridoio che di bottega conduceva in cucina - Se così dite voi… Io gazzettini non ne ho mai letti in vita mia. Se così dite voi, che però avete fatti gli studi…”
Anche la moglie del calzolaio, per forza di cose, aveva udita quella storia già cento volte e doveva perciò conoscerla a memoria. Ma sempre ribadiva quel suo stolido commento. In un tono fra l’ingenuo e il canzonatorio che Joachim, tuttavia, non aveva ancora appreso a decifrare. Vederla almeno in faccia, quando diceva quelle cose! Osservazioni che lo pungevano sul vivo. Rotkleine, al contrario, aveva una conoscenza di quella donna volgare che si spingeva poco oltre lo scorcio di un sedere da una porta tappezzata di santini sigmariti.
“Non badate alla mia Hanna. Continuate, continuate…”
Il giovane osservò quanto grasso Krankfete stava spalmando sulla logora tomaia. Quanto ottimo costoso grasso. Un buon motivo per ignorare qualsiasi sfottò.
“Sua Altezza era, credo, già offesa o almeno contrariata dal fatto che le avessi dedicato un poema che raccontava di battaglie del passato. Combattute almeno vent’anni or sono – mi aveva fatto notare – è un modo di insinuare che Ci trovate vecchia?”
“L’è pur sempre una bella donna, l’Emmanuelina…”
“Lo è.”
“Ci ha i suoi anni, eh? Va mi pare per i quaranta…”
“I cinquanta.”
“Boiashallya! Cinquanta?!”
“E’ una signora affascinante.”
“Boiashallya!... La prese a male?!”
“Non mi parve, al momento. Vecchia niente affatto, dissi io, Serenissima Altezza! E invece lo Siamo. E qui mi sorrise. Ed è un bene che i poeti Ce lo rammentino. Capite? Poeta, mi chiamò. Applaudirono tutti.”
“Ci avete fatta la vostra bella figura.”
“E’ vecchia, è vecchia! – belò Frau Hanna dalla cucina – lo sanno tutti che va a farsi incantare le rughe dagli stregoni dell’Ordine di Giada! Perché piuttosto, Herr Rotkleine, non avete dedicata la vostra opera alla bella e santa Berta di Mordheim?! E’ lei, altrochè, una ragazza di cui scrivere! ”
“Non badatele, non arrossite… E poi, giovanotto?”
Ma tu senti un po’ che faccia tosta! Ma che ne sa, che ne capisce questa sciattona di Lettere?! Considerando la rara, preziosa maestria con cui il ciabattino cuciva e risuolava Joachim tuttavia sopportò e proseguì, con imbarazzo, il suo racconto. Venne, meglio, alla parte che più lo addolorava.
“Poi mi accinsi a declamare il mio poema.”
“E qui il fattaccio…”
“Ahimè.”
“Che versi furono?”
“Il settecentodiciassette, diciotto e diciannove. Le stanze sulla Battaglia di Faenzeburg. Qui descrivo sua Altezza che, con i Templari della Loggia d’Oro, si appresta alla carica decisiva contro i Cadaveri del Negromante Aloisio. M’invento, per quel poco che ne so di tattica e strategia, che Sua Altezza non si trovi al centro dello schieramento bensì all’estremità sinistra. Non è quello il posto dei comandanti?”
“Di solito.”
“Che di lì possono meglio condurre l’allineamento e il movimento delle truppe?”
“Di solito. Ma non so… Io, ai miei tempi, servivo da artigliere…”
“Questo, ad ogni modo, mi raccontò un ufficiale con cui parlai per farmene un’idea.”
“Vatti a fidare dei militari, eh?”
“Immagino, considerata la manovra, che l’Elettrice si trovi dunque a ingaggiare, nel momento dell’impatto, l’opposta estremità dei ranghi nemici:

E canto del disporsi alla tenzone
Fra i cavalieri nel sinistro canto
Come il mestiere della guerra impone

Capite la raffinatezza? Canto, nel senso comune di “cantare, poetare, raccontare in versi” e canto come vocabolo ricercato nel senso di “lato”: dei ranghi, la formazione...”
“…lo spigolo dei ranghi.”
“Esatto! Ricevetti le lodi, per quest’ardita invenzione poetica, nientepopodimenoche del novelliere Felix Jaeger di Altdorf! Potete perciò immaginare con quanta fierezza recitai questa terzina.”
“Ne avevate motivo…”
“Ma ecco, a quel punto, che Sua Altezza si fece… paonazza.”
“Boiashallya!”
“Interruppe con un cenno imperioso la mia esibizione e m’apostrofò: insomma state affermando, Herr Rotkleine, che Noi ingaggiammo il nemico Non-Morto in una mischia ai margini della battaglia?! Che caricammo subdolamente i Cadaveri evitando il maggior periglio di un confronto col loro Nero Signore?!”
“Permalosa però l’Emmanuelina...”
“No Vostra Altezza!, risposi. Ma la Grafin, imperterrita: e avete detto che queste scene di battaglia hanno da intendersi in senso allegorico! Che le gesta alludono ad atteggiamenti morali! E’ così vostra Altezza. Qui, nello specifico, significavo che il Giusto non teme la morte e…”
“E le fa lo sgambetto, di spigolo? Certo che anche voi, giovanotto, ci avete messo del vostro…”
“Con ciò deduciamo – seguitò Sua Altezza – che qui intendiate che il Nostro rigore nell’opporci alle tentazioni del Caos è blando e in qualche modo furbesco. Che Noi non ci accingiamo a contrastare i mali con viva forza ma, piuttosto, che siamo fiacchi nei nostri propositi?!”
“Che situazione, ragazzo!... Davvero eravate, com’è che si dice, giù nelle mutande di Nurgle…”
“Tentai di dir qualcosa a mia discolpa. Protestai. Con gentilezza, ma protestai… Ma a nulla servì. Sua Altezza si indignò, non ascoltò ragioni. Si alzò. Se ne andò. E la corte con lei. E tutti i Dottori dell’Università con lei e tutti gli editori con la corte e i Dottori.”
“…E la vostra fortuna che chiudeva il corteo! Cancelli per sempre sbarrati e le chiavi gettate nelle fogne!…” – annunciò malignamente in un fracasso di pentole la voce di donna Hanna dalla remota cucina. E in un concerto di grasse risa, profumo di sapone, calpestio di zoccoli e fruscio di panni sporchi la signora salì, probabilmente, a una terrazza ad occuparsi del bucato. Probabilmente. La medesima, maligna glossa di sempre. Joachim si concentrò - per non pensare alla vergogna, non avvertire la morsa dell’orgoglio, l’amaro dell’amor proprio, la fiamma inesausta della
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MessaggioOggetto: Re: Incomprensioni   Lun Giu 23, 2008 9:22 am

dignità - sulla squisita perizia con cui mastro Krankfete martellava e incollava, spalmava e tagliava, lustrava e dava forma a cuoio e pelle. Ricordò quanto altrimenti gli sarebbe costato. Se avesse smesso o rifiutato di raccontare e divertirlo.
“Fine della storia.” – deglutì.
Ma un nuovo, insopprimibile sentimento doveva questa volta essere avvertito anche dal rozzo duro orecchio dell’artigiano. Tant’è che Krankfete, come fosse la prima volta, levò lo sguardo a fissare il giovane intensamente.
“Chiudete la porta per cortesia, giovanotto. Vorrei dirvi qualcosa.”
“La porta?”
“Mia moglie, lo sapete, ci ha l’abitudine di ficcare il naso.”
Joachim obbedì. Serrato l’uscio il calzolaio lo invitò a sedere e, con ciò, gli mise in mano le sue scarpe restaurate:
“Ecco. Come nuove. Uguali a prima. A come le acquistaste.”
“E’ così. Siete eccellente.”
“E voi siete un bugiardo.”
“Prego?!” – trasalì Rotkleine.
“Quante volte, giovanotto, vi ho chiesto di ripetermi del vostro incontro con la Grafin? Decine?”
“Centinaia addirittura!”
“Centinaia boiashallya! E voi, ogni volta, lo riportate in maniera diversa. Differente in una virgola, un dettaglio… Le parole, l’indignazione dell’Elettrice, il Nero Signore dei Cadaveri, le lodi di Jaeger… Ma và!”
“E’ tutto vero mein Herr! Credete forse ci provi gusto a ricordare le mie disgrazie?! Ad espormi in questo modo al dileggio?!”
“No, non fraintendete. E’ tutto vero, non ne dubito. Né mi illudo non vi dispiaccia. Ma… diciamo che, ogni volta, è più o meno vero della volta precedente e della volta successiva. Per questo non mi stanco di ascoltarvi. Di ascoltare ‘ste vostre storie e sorrido. Le vostre scarpe al contrario - le mie scarpe in un certo senso, perché sono io a ricomporvele sempre - finiscono immancabilmente per rovinarsi. Per darvi noia. Per farvi male ai piedi. Ché in effetti… sono solo scarpe – sussurrò il ciabattino con sufficienza soppesando quelle misere calzature – sporche, banali. Scarpe sempre uguali. E qui finisce il mio intero mestiere. La mia arte. Qui finisco, insomma, io medesimo Matthaus Krankfete. La mia grassa schifosa moglie là sopra. Voi, al contrario, quello che ci avete lì, nella pancia, nella testa, nel cuore se vi piace, non finisce mai. Manco quando vi rode e vi duole. Avete capita la differenza? Avete capito chi può ridere, avete capito chi è povero? Boiashallya! Ora andate via!”
Concluse con un sospiro. Prima ancora che Joachim potesse replicare l’artigiano, con gesto e decisione sorprendente, lo aveva già accompagnato fuori dalla bottega sull’affollata Valtenstrasse. Gli aveva serrato portone e insegna alle spalle e, di traverso l’uscio, rassicurato con voce che al giovane parve rotta sul fatto che ma si: pagherete quando potrete.

Nell’animato via vai di alabardieri, maghi, scienziati, sacerdoti sigmariti annunciati da stuoli di flagellanti, mercanti, prostitute, cittadini, mendicanti coperti da ampi mantelli a nascondere probabilmente l’infezione del Caos, nel popolo colorato e chiassoso che percorreva l’ampia strada delimitata qui da palazzi e là da catapecchie il ragazzo si ritrovò, all’improvviso dopo tanto tempo, a guardare il mondo e a pensare a sé stesso in una luce che aveva smarrita. No. Impossibile smarrirla. Ricorda: il giorno forse più luminoso della mia giovane, poco movimentata vita è stato quel manannedì ventiquattro solkanzeit quando – la fronte coronata di alloro, un mantello di porpora sulle spalle – io Joachim Rotkleine, poeta laureato, ho declamato in onore e al cospetto di Sua Serenità l’Elettrice Emmanuelle l’elegia genetliaca Regina Nulni Victrix. Il mio capolavoro poetico: una lirica di ventimilanovecento versi in cui, in perfetto letterario classico, rievocavo battaglie combattute dalla Contessa presentate come cimenti allegorici della virtù contro il vizio. E il giorno certamente più nero della mia sciagurata, breve esistenza di intellettuale è stato quel medesimo manannedì…
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MessaggioOggetto: Re: Incomprensioni   Mar Giu 24, 2008 9:03 am

Racconto molto lungo, ma sopratutto molto bello Ok
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MessaggioOggetto: Re: Incomprensioni   Mer Lug 16, 2008 10:27 am

Bello, complimenti!
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The Road goes ever on and on
Down from the door where it began.
Now far ahead the Road has gone,
And I must follow, if I can,
Pursuing it with eager feet,
Until it joins some larger way
Where many paths and errands meet.
And wither then? I cannot say.


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